
La politica.
Aristotele e la politica.
Lo spirito sistematico ed epistemico che caratterizza la ricerca
aristotelica nel campo della logica e della filosofia prima si
attenua nella riflessione sulla morale e ancor pi in quella sulla
politica. Aristotele affront l'argomento con un taglio
naturalista, nel senso che era convinto che la vita sociale sia
per gli uomini un fatto naturale, dal momento che nessuno  capace
di produrre da solo ci di cui ha bisogno. Tuttavia Aristotele
rimase convinto dell'importanza della politica per la filosofia.
L'obiettivo che il filosofo si proponeva non era per quello di
delineare uno Stato ideale, ma quello di teorizzare un sistema
politico stabile, ottenuto non con la forza e con l'oppressione,
ma con un sapiente equilibrio degli interessi espresso in una
costituzione funzionante. Aristotele doveva dare il suo contributo
per porre termine all'alto grado di litigiosit e di
conflittualit che stava portando le pleis alla rovina.
Nei suoi studi sulla politica risulta di particolare interesse il
fatto che egli si rese conto che le due formule allora
egemonizzanti il dibattito politico, la democrazia e l'oligarchia,
fossero qualcosa di pi dello scontro fra due teorie politiche. La
democrazia non poteva considerarsi come il potere della
maggioranza, perch se vi fosse stata una societ con la
maggioranza di ricchi (cosa possibile, dato il sistema economico
schiavista allora in vigore), questa maggioranza avrebbe espresso
un potere che non sarebbe stato ugualmente democratico. E,
viceversa, se in una societ vi fosse stata una minoranza di
poveri che fosse riuscita ad andare al potere, quel potere non
sarebbe stato considerato oligarchico (Politica, quarto, 1290a 30-
40). Aristotele evidenzi quindi la componente classista della
lotta politica e delle varie forme di potere.
Infine ricordiamo che, per Aristotele, la schiavit degli esseri
inferiori e la trasformazione in schiavi dei prigionieri politici
erano da considerarsi fenomeni naturali. Questa sua dottrina, dato
l'enorme prestigio di cui egli ha goduto nel mondo arabo e, a
partire dal dodicesimo secolo, nell'Europa cristiana, avr una
influenza non trascurabile: i musulmani sono stati schiavisti fino
all'inizio di questo secolo; per quanto riguarda il cristianesimo
la scoperta degli scritti aristotelici favor verso la fine del
Medio Evo il ritorno del fenomeno della schiavit (mai del tutto
scomparso nei secoli precedenti).
In particolare  da ricordare il grande dibattito sul diritto di
ridurre in schiavit gli Indios d'America, che si svolse nelle
universit spagnole all'inizio del Cinquecento e che vide le
posizioni estreme essere sostenute dal domenicano Bartolom de Las
Casas e dall'umanista Juan Gins de Sepulveda. Quest'ultimo
affermava il diritto alla schiavizzazione degli indigeni
appoggiandosi proprio sull'autorit del pensiero di Aristotele.
La natura, in nome della quale Aristotele pu chiamare naturale
la schiavit,  la stessa che per alcuni sofisti (Ippia)
giustificava l'annullamento della distinzione fra greco e barbaro
e fra libero e schiavo; per altri (Callicle) altri consentiva di
avallare il diritto del pi forte e di sostenere la schiavit

